Ci sono periodi nei quali Milano sembra risvegliarsi dalla routine di frenesia, impegni, lavoro e fuga dalla città che intervallano il suo tempo. Sono quelle settimane in cui – quasi sempre per semplice coincidenza – si addensano le diverse iniziative in campo artistico e – considerata la vocazione ai dané della nostra città – in quell’area grigia che sta tra business e espressione culturale. A questo proposito la dieci giorni del design, che si è conclusa alcune settimane fa, è molto indicativa. In quel periodo Milano sembra effettivamente perdere quell’aspetto un po’ ringhioso, quella sua freddezza e durezza, che si giustifica con il suo essere luogo dove si concentrano gli affari, i mercati e le persone.
Ma proprio per essere centro, direi naturale, geografico e sociale, di commerci e scambi, la nostra città è anche inevitabilmente punto di incontro di individui, esperienze e passioni e, perciò, di desideri di espressione artistica e in particolare musicale.
Questa molteplicità di iniziative, in parte coordinata e in parte no, sta emergendo anche in queste settimane. Mi riferisco alle manifestazioni di Piano City Milano del 11-12-13 maggio, alla rassegna Music Club al teatro Dal Verme, all’Ah Um Jazz Festival, ai quali si aggiungono i concerti della consueta programmazione della Salumeria della Musica, del Blue Note, al Break in Jazz in piazza mercanti (con il concerto di Franco D’Andrea) e alle numerose altre occasioni di ascoltare jazz di questi giorni.
Spiccano in particolare, per organizzazione, qualità degli interpreti e anche per innovatività dell’iniziativa, sia Piano City sia Ah Um Jazz Festival. Su quest’ultimo vorrei prossimamente dedicare un approfondimento, anche sentendo gli organizzatori.
Su Piano City si è scritto molto, anche sui quotidiani: il giudizio è stato unanimemente positivo. Quello che posso aggiungere è che gli oltre cento concerti, le sedi scelte: rotonda della Besana, villa Simonetta, villa Necchi, i musei, le biblioteche (Baggio, Lorenteggio), gli atelier, le scuole di musica e i negozi musicali, le case private, le case di riposo (quella dei musicisti), l’ospedale Niguarda, gli altri luoghi informali, hanno disegnato una rete sulla città, che ha evidenziato almeno parzialmente la molteplicità di luoghi, iniziative ed energie che muovono la musica nella nostra città.
Esecutori e compositori famosi (Bruno Canino, Antonio Ballista, Michele Campanella, Ludovico Einaudi, Roberto Cacciapaglia, Cesare Picco, Carlo Boccadoro) e meno famosi hanno testimoniato i diversi aspetti della musica classica e contemporanea. Non sono mancati naturalmente il jazz, con Enrico Intra, Gaetano Liguori, Ferdinando Arnò, Antonio Zambrini e Laura Fedele. Impossibile seguirli tutti!
Personalmente ho assistito ad alcuni concerti alla rotonda della Besana e a parte della performance musicale a villa Necchi, con l’esecuzione durata 14 ore di Vexations di Erik Satie. Si sono alternati 26 pianisti, tra i quali lo stesso promotore di Piano City, Einaudi. Bellissimo il contesto, la biblioteca della villa di via Mozart e curioso osservare che, anche nella ripetitività del brano musicale, un tema e due armonizzazioni ripetuti 840 volte, emergeva lo stile dei musicisti che si alternavano.
Dicevamo della disseminazione sul territorio. Almeno uno o più luoghi era infatti in ciascuna delle zone di Milano, con una certa concentrazione nel centro. Le uniche zone parzialmente escluse erano periferiche. Non sarebbe male la prossima edizione aumentare i luoghi in tutta la città, dove peraltro non mancano le iniziative musicali (vedi ad esempio alla Barona il Barrios’).


