Milano si sta veramente risvegliando? Piano City e Ah Um jazz

 

Ci sono periodi nei quali Milano sembra risvegliarsi dalla routine di frenesia, impegni, lavoro e fuga dalla città che intervallano il suo tempo. Sono quelle settimane in cui – quasi sempre per semplice coincidenza – si addensano le diverse iniziative in campo artistico e – considerata la vocazione ai dané della nostra città – in quell’area grigia che sta tra business e espressione culturale. A questo proposito la dieci giorni del design, che si è conclusa alcune settimane fa, è molto indicativa. In quel periodo Milano sembra effettivamente perdere quell’aspetto un po’ ringhioso, quella sua freddezza e durezza, che si giustifica con il suo essere luogo  dove si concentrano gli affari, i mercati e le persone.

Ma proprio per essere centro, direi naturale, geografico e sociale, di commerci e scambi, la nostra città è anche inevitabilmente punto di incontro di individui, esperienze e passioni e, perciò, di desideri di espressione artistica e in particolare musicale.

Questa molteplicità di iniziative, in parte coordinata e in parte no, sta emergendo anche in queste settimane. Mi riferisco alle manifestazioni di Piano City Milano del 11-12-13 maggio, alla rassegna Music Club al teatro Dal Verme, all’Ah Um Jazz Festival, ai quali si aggiungono i concerti della consueta programmazione della Salumeria della Musica, del Blue Note, al Break in Jazz in piazza mercanti (con il concerto di Franco D’Andrea) e alle numerose altre occasioni di ascoltare jazz di questi giorni.

Spiccano in particolare, per organizzazione, qualità degli interpreti e anche per innovatività dell’iniziativa, sia Piano City sia Ah Um Jazz Festival. Su quest’ultimo vorrei prossimamente dedicare un approfondimento, anche sentendo gli organizzatori.

Su Piano City si è scritto molto, anche sui quotidiani: il giudizio è stato unanimemente positivo. Quello che posso aggiungere è che gli oltre cento concerti, le sedi scelte: rotonda della Besana, villa Simonetta, villa Necchi, i musei, le biblioteche (Baggio, Lorenteggio), gli atelier, le scuole di musica e i negozi musicali, le case private, le case di riposo (quella dei musicisti), l’ospedale Niguarda, gli altri luoghi informali, hanno disegnato una rete sulla città, che ha evidenziato almeno parzialmente la molteplicità di luoghi, iniziative ed energie che muovono la musica nella nostra città.

Esecutori e compositori famosi (Bruno Canino, Antonio Ballista, Michele Campanella, Ludovico Einaudi, Roberto Cacciapaglia, Cesare Picco, Carlo Boccadoro) e meno famosi hanno testimoniato i diversi aspetti della musica classica e contemporanea. Non sono mancati naturalmente il jazz, con Enrico Intra, Gaetano Liguori, Ferdinando Arnò, Antonio Zambrini e Laura Fedele. Impossibile seguirli tutti!

Personalmente ho assistito ad alcuni concerti alla rotonda della Besana e a parte della performance musicale a villa Necchi, con l’esecuzione durata 14 ore di Vexations di Erik Satie. Si sono alternati 26 pianisti, tra i quali lo stesso promotore di Piano City, Einaudi. Bellissimo il contesto, la biblioteca della villa di via Mozart e curioso osservare che, anche nella ripetitività del brano musicale, un tema e due armonizzazioni ripetuti 840 volte, emergeva lo stile dei musicisti che si alternavano.

Dicevamo della disseminazione sul territorio. Almeno uno o più luoghi era infatti in ciascuna delle zone di Milano, con una certa concentrazione nel centro. Le uniche zone parzialmente escluse erano periferiche. Non sarebbe male la prossima edizione aumentare i luoghi in tutta la città, dove peraltro non mancano le iniziative musicali (vedi ad esempio alla Barona il Barrios’).

 

Ah hum jazz festival a Milano

Ricevo dagli organizzatori del ah hum jazz festival e pubblico volentieri.

Ne parlerò nei prossimi giorni sul blog. Sono molte le occasioni che mi interessano e che credo possano interessare!

Dal 14 al 20 maggio si terrà a Milano la decima edizione dell’Ah-Um Jazz Festival, nello storico quartiere di Isola!

La serata di apertura sarà lunedì 14 al Teatro Sala Fontana, in via Boltraffio 21, e si intitolerà “Remembering Capolinea”…

di seguito il programma dell’evento:      ore 21:00 Al Capolinea: quando a Milano c’era il jazz, film documentario, regia di Marianna Cattaneo      ore 22:15 Larry Schneider Italian Quartet:Larry Schneider/sassofoni, Luigi Bonafede/pianoforte, Marco Vaggi/contrabbasso, Ferdinando Faraò/batteria.           In chiusura Jam Session –

prezzo biglietti: 17 intero, 12 ridotti (hanno diritto al ridotto studenti, disabili, over 65 e tesserati Ah-Um Jazz Festival) – prezzo e link prevendita: 12 euro (per chiunque acquisti in prevendita, quindi per chi acquistasse il biglietto sul posto dovrebbe pagare l’intero), http://www.eventbis.com/remembering-capolinea – link per sostenere l’iniziativa: http://www.produzionidalbasso.com/pdb_1121.html oltre alla serata del 14, ci saranno moltissimi altri eventi che faranno entrare la musica jazz nelle stade del quartiere Isola! per il programma completo:    http://www.ahumjazzfestival.com/

Dialoghi jazz per due a Pavia ha – quasi – raggiunto la maggiore eta’

Una delle iniziative nel campo della musica improvvisata, caratterizzata da maggiore continuità e dalla presenza di un progetto unitario, è senz’altro Dialoghi jazz per due a Pavia. Siamo ormai arrivati alla quattordicesima edizione e, scorrendo anche le note di sala, si può vedere che la formula, asciutta, essenziale e difficile in quanto non permette alcun calo di tensione e non concede molto alla spettacolarità, ha permesso nel tempo di lanciare nuovi grandi musicisti (Stefano Bollani, agli esordi nel 1999), di valorizzare esponenti dell’avanguardia americana (Amiri Baraka, Steven Bernstein ad esempio) ed europea (Han Bennink).

Parliamo della stagione appena conclusa, con il concerto Bowie-Ottolini del quale abbiamo parlato nel precedente post, con il direttore artistico Roberto Valentino.

D. Paolo Fresu con Omar Sosa; Ares Tavolazzi con Christian Saggese; Fabrizio Bosso con Luciano Biondini; Joe Bowie con Mauro Ottolini. Il primo concerto al teatro Fraschini e gli altri alla ex chiesa di S. Maria Gualtieri.  Qual è il tuo bilancio?

Valentino: Il bilancio è molto buono. La partenza al Teatro Fraschini con Fresu è stato un successo di pubblico e tutti gli altri concerti a S. Maria Gualtieri, un luogo molto più raccolto e tuttavia con una sonorità eccezionale, sono stati molto seguiti e apprezzati.

Abbiamo cercato di unire musicalità jazz differenti, ad esempio la chitarra classica di Saggese con la versatilità del contrabbasso di Tavolazzi; l’ispirazione puramente jazz della tromba di Bosso con la sonorità folk della fisarmonica di Biondini. E poi il duo Joe Bowie – Mauro Ottolini: credo sia stato una dei primi esperimenti, a parte ovviamente le brass band, di accostamento in duo di due tromboni. In genere lo spazio della chiesa ci permette di non ricorrere all’amplificazione e questo contribuisce a denotare la nostra manifestazione per una certa ricerca di essenzialità.

Un’essenzialità, dico senza ironia, che deriva anche dai budget limitati a nostra disposizione. Ma questo talvolta è uno stimolo a essere innovativi e a sperimentare! Spero comunque di andare avanti e, anche se tutti gli anni è una piccola lotta, devo dire che sono profondamente legato a questa rassegna.

D. Quest’anno c’è stata una certa predilezione, tra i fiati, per gli ottoni? E’ un caso?

V. Non direi. Come accennavo prima, abbiamo cercato di accostare musicalità differenti. Nel caso di Bowie e Ottolini, abbiamo avuto un esempio di ciò che significa la vera improvvisazione. Ottolini, che da sempre è un grande amante di Ellington , ha arrangiato per il concerto alcuni dei pezzi (ricordo, tra tutti “Come Sunday” da i “Sacred concerts” e “St. Louis Blues”, N.d.R.) e, a partire da questi arrangiamenti e incontrandosi poco prima del concerto, abbiamo avuto il risultato che sai.

D. Si tratta ormai della 14° edizione di dialoghi jazz. Un’iniziativa che ha quasi raggiunto la maggiore età. Cosa ci puoi dire?

V. Nelle difficoltà alle quali ho accennato, Dialoghi si è ormai qualificata come una manifestazione originale, l’unica tra l’altro a Pavia in questo campo.

D. Pavia sembra andare un po’ controcorrente rispetto ad altre manifestazioni. Mi riferisco ai tanti festival jazz – l’ultimo a Torino – dove si cerca l’evento di massa con tanto pubblico e quasi altrettanti musicisti. Tuttavia non sempre alla grandiosità della manifestazione corrisponde una ben definita impostazione culturale e, ancor più raramente, una vera e propria politica culturale in materia musicale. Questo vale in campo pubblico, che di fatto costituisce lo sponsor principale di quasi tutte se non tutte le iniziative e in campo privato. E’ così difficile integrare i due livelli, quello della manifestazione e quello della produzione culturale musicale?

V. Non vorrei entrare nel merito del festival jazz di Torino, del quale ho sentito parlare ma al quale non ho potuto assistere. Certamente c’è un problema, dove alla grandiosità di talune iniziative non corrisponde una reale profondità. C’è poi un problema di finanziamenti. Talune realtà partono da budget abbastanza elevati e, su questi numeri, riescono a costruire una reale disseminazione di iniziative. E’ il caso del festival di Bergamo che, a fianco delle iniziative al teatro Donizetti, ormai da alcuni anni occupa di fatto tutta la città orobica con stage, incontri con le scuole, concerti in luoghi non canonici. Con una buona gestione delle risorse è possibile fare anche questo. Ci sono invece altre manifestazioni, a budget che le piccole realtà neanche sognano, che si limitano al mega-evento in piazza e poco altro.

Ringrazio per la disponibilità e la cortesia Roberto Valentino e concludo dicendo che, forse, considerate le risorse limitate, non sarebbe male una cabina di regia che eviti sprechi e duplicazioni (un modello simile d’altra parte è stato adottato in Trentino).

 

Jazz in periferia: una nuova manifestazione a Milano

Come ho scritto all’avvio di questo blog, la mia ambizione è quella di arrivare a essere un riferimento informativo e un luogo virtuale di incontro per tutti gli appassionati di jazz di Milano e dintorini. Che ci sia bisogno di questo luogo virtuale, d’altra parte, è testimoniato dalla mancanza di una regia delle iniziative musicali e culturali nella nostra città. Questo, naturalmente, può essere un bene e riflettere niente altro che la vivacità dal “basso” della società e delle proposte culturali. Ma quando invece diventa un totale e completa anarchia e – da parte del settore pubblico- un affidarsi un po’ cieco al laissez faire, può diventare fonte di sprechi e di uso irrazionale di risorse e volontà.

Una di queste iniziative dal basso, intelligente, simpatica, coerente con l’impostazione culturale di chi la propone, è senz’altro Jazz in periferia.

Organizzata con la collaborazione dell’Associazione culturale secondo maggio e dell’associazione culturale Milano Oggi, propone tre concerti jazz al Circolo ARCI Pessina di via san bernardo 17 a Milano.

Le date sono:

venerdì 11 maggio il Freeda 4et, con Francesca Petrolo (trombone); Alex Stangoni (chitarra); Cristiano da Ross (basso); Filippo Monico (batteria).

venerdì 18 maggio il New X quintet, con Denis Laessi (chitarra); Antonio Vivenzo (piano), Gabriele Boggio Ferraris (vibrafono); Vito Zeno (contrabbasso); Francesco Meles (batteria)

venerdì 25 maggio, Davide Incorvaia trio, con Davide Incorvaia (piano), Alex Orciari (contrabbasso), Filippo Monico (batteria) e -  come ospite – la cantante Simona Severini.

i concerti iniziano tutti alle 21.30

Si può anche prenotare una cena al Tel.025398546

 

Bowie-Ottolini: a Pavia Duo di Tromboni

 

Il concerto di venerdì 13 aprile a Pavia, nell’ambito del ciclo Dialoghi jazz per due del quale parleremo nel prossimo post, aveva diversi motivi di interesse. Accostare due specialisti del trombone come Joe Bowie (fratello minore del compianto Lester Bowie) e Mauro Ottolini non è così comune. Mentre sono famosi gruppi di sole ance (come il world saxophone quartet) e si ricordano esempi con diversi tipi di soli ottoni (tromba, cornetta ), non ricordo l’accostamento di due voci gravi. A maggior ragione pensando che Ottolini non è solo virtuoso di trombone ma che l’altra sera suonava anche il sousaphone, diciamo la versione da parata del basso tuba. Ero quindi curioso di sentire uno dei maggiori virtuosi del trombone e, allo stesso tempo, risentire dopo quasi un anno e in un altro organico, il musicista di Padova.

L’inizio del concerto è di soli tromboni. Anche se il riferimento dichiarato è Duke Ellington, un nome che tornerà per tutta la serata, l’ambito è informale, con Bowie che segue la – quasi impercettibile- melodia e Ottolini di accompagnamento.  Addirittura certi passaggi mi ricordano la melodia – solo accennata – della Sagra della Primavera (corteo dei saggi), con largo uso dei glissando. I sovraacuti si susseguono e in certe parti quasi sembra di ascoltare strumenti con intonazioni più elevate.

Ma il vivo del concerto comincia con “Come Sunday” dai “Sacred concerts” di Ellington. Segue ancora Ellington, con St. Louis Blues, ma con la innovativa idea di lasciare la parte ritmica al sousaphone di Ottolini.

La musica degli anni 30’ è un po’ nelle cose, considerati gli strumenti: il contesto di riferimento è in effetti il blues e gli spirituals. Lo stesso Bowie si rivela un ottimo cantante, in un luogo, quello della chiesa sconsacrata di Santa Maria Gualtieri, che non potrebbe essere più adatto. La conclusione è con Funky T di Lester Bowie, niente di più adatto a un concerto che è stato caratterizzato dal ritmo e dalla comunicativa, ma anche dalla spiritualità.

Bis con When the Saints Go Marchin’ In!

 

Le sorprendenti vicende del jazz anni 20′ e 30′

Se è vero che Hugues Panassiè, il famoso critico francese, lo definì addirittura il dio bianco del jazz, quel che è sicuro è che, già ai suoi tempi, Milton “Mezz” Mezzrow – clarinettista americano di origini ebraiche, nato nel 1898 a Chicago e morto a Parigi in miseria nel 1972, non fu particolarmente famoso come virtuoso e musicista creativo, ma come testimone dell’era eroica della musica afroamericana.

Amico di Louis Armstrong, di Bix Beiderbecke, di Gene Krupa, di Fats Waller e di numerosi altri musicisti, con il suo libro biografico “Really the Blues” (malamente tradotto “Ecco i blues”) ci aiuta a capire meglio di decine di saggi musicologici la realtà del jazz anni venti e trenta nella città ventosa. Certo, c’è chi lo definì il barone di Munchausen del jazz, intendendo una certa tendenza alla mitomania e all’esagerazione del proprio ruolo sulla scena musicale. Ciò nonostante – o magari anche a causa di queste avvertenze, la lettura della biografia di Mezzrow è estremamente divertente e interessante anche a distanza di sessant’anni da quando è stata scritta.

Lo è probabilmente proprio nelle parti in cui il protagonista non si preoccupa troppo di vantare le sue doti di musicista e le sue conoscenze con i grandi del jazz, ma quando si lascia andare con un certo disincantato realismo alla descrizione della sua vita ai margini tra rispettabilità e delinquenza. Inoltre, a chi è interessato a ricostruire la diffusione del jazz di New Orleans in tutti gli Stati Uniti e le influenze progressive delle diverse “scuole” delle città americane, sono convinto che i molti riferimenti precisi a concerti, registrazioni, club e luoghi della musica contenuti nel libro, possano essere molto utili.

Per il sottoscritto, che non vuole e non può essere uno storico del jazz, quello che più interessa sono però quei passaggi – dicevamo- in cui il clarinettista ci parla della sua vita. La descrizione della sua prima volta a fumare oppio, ad esempio, è di una vitalità e precisione straordinarie. Considerando  inoltre che è stata scritta agli inizi degli anni ’50, è stata senz’altro il riferimento di decine di altre descrizioni analoghe di iniziazione alla droga, di musicisti e no (mi riferisco alla scena con Robert De Niro in C’era una volta in America di Sergio Leone). Senza cercare gli effetti surreali e allucinati del Pasto nudo di William S. Burroughs (1959), Mezzrow ci fa entrare nell’atmosfera di curiosità ed eccitazione, torpore e cameratismo, di quella stanza fumosa di oppio. Non dimenticandosi però di dirci, alla fine, che quelli che l’avevano iniziato alla droga erano i gangsters della Purple gang!

Un altro leitmotiv che percorre tutto Really the blues è poi la marijuana. Quasi da subito Mezzrow diventa spacciatore di erba, oltre che accanito consumatore. Sembra che la sua marijuana fosse la migliore d’America ed è perciò richiestissima da tutto l’ambiente dei musicisti. In un ambiente in cui viene coniato un termine – “viper”- per indicare un tossicodipendente (da alcol o da droga), si può comprendere che la marijuana, non ancora illegale, fosse diffusissima, forse più che oggi. D’altra parte, quel che mi sembra più importante sono le numerose osservazioni sulla spaccio di erba come strumento indispensabile di sostentamento economico per un musicista di medio livello come Mezzrow stesso. In questo senso, mi sembra quindi di poter dire che si fondono nel racconto mitopoiesi e realistica ricostruzione del background economico e sociale dei musicisti jazz anni 20’ e 30’.

Altri momenti – esilaranti ma anche di grande letteratura  biografica e fonte di altre storie, imitazioni e plagi, sono l’incendio dell’appartamento utilizzato come fumeria e la descrizione della disintossicazione dall’oppio.

Mentre Mezz, insieme agli amici Mike e Mackey, stanno fumando oppio, rievocando la loro infanzia, al piano di sopra scoppia un incendio provocato da distillatori abusivi di Whisky. Intontiti, prima sentono le sirene delle autopompe, poi osservano con distacco i pompieri che entrano nel loro appartamento sfondando la porta e portandoli in salvo.

Ancor più importante, proprio perché diventata veramente un topos non solo letterario (Miles Davis!) è poi la descrizione delle due settimane di disintossicazione dall’oppio. Sogni con pipe d’oppio, pillole di Nembutal, dolori terribili e incubi chiuso a chiave in una stanza, assistito dalla moglie Bonnie. Alla fine Mezzrow non è più neppure capace di suonare e deve ricominciare a imparare tutto da capo, come un bambino. Il salvatore del clarinettista è niente poco di meno che Louis Armstrong, che convince Milton a disintossicarsi, a smettere di spacciare marijuana e vivere di solo arrangiamenti.

Credo insomma che il libro di Mezzrow (Ecco i blues, Longanesi, 1956, ristampato da Mondadori, Milano, 1982 – si può trovare su e-bay), un tempo famoso ma temo per le ragioni sbagliate, andrebbe riscoperto e nuovamente tradotto, così forse andrebbe riascoltata la musica del clarinettista.

La vita dei musicisti Jazz – La biografia come storia e come avventura

La biografia ha avuto sempre un suo posto importante nella pubblicistica relativa alla musica afroamericana. Potrebbero essere le origini avventurose di molti dei suoi protagonisti o l’incertezza che caratterizza certi momenti della sua storia, quel che è sicuro è che la musica jazz ha generato un numero notevole di storie di vita, spesso raccontate dallo stesso protagonista, che rispondevano certo a un desiderio di informazione e documentazione, ma anche , e spesso, alla bramosia dei lettori di storie avventurose, con vertiginose ascese e terribili declini.

Nella storia del jazz abbiamo così l’anima documentarista e scientifica di Alan Lomax, uno dei principali

Il musicologo Alan Lomax

innovatori della musicologia e della storia della musica moderna con le sue registrazioni della musica tradizionale nera per la Library of Congress, che avevano come corollario le storie biografiche degli artisti ai quali si riferiva o, in una chiave più “a tesi” e politicamente orientata, le storie di Eileen Southern o Amiri Baraka, che facevano delle vicende dei protagonisti un modello possibile di emancipazione e rivolta. D’altra parte uno dei romanzi principali della letteratura americana è “Black Boy” di Richard Wright, scritto nel 1937 e che è  – anche – una storia autobiografica che parla del viaggio dal sud al nord degli Stati Uniti, che ha caratterizzato tanti musicisti degli inizi del jazz. In questo secondo genere di biografie, sia di etnomusicologia che di storia sociale o politica della musica, prevale comunque il desiderio di individuare un background sociale e culturale, a partire dal quale si possa trovare un tratto comune delle diverse storie degli artisti. In diversa misura, cioè, sembrano riflettere il desiderio di avviare una sociologia della musica afroamericana, e di conseguenza individuare le caratteristiche della comunità del jazz.

Completamente diverso (ma non per questo meno interessante!) l’approccio e la metodologia di quelle che potremmo chiamare le biografie o più spesso autobiografie, aneddotiche degli artisti. Si tratta di quei libri, spesso scritti dal musicista stesso in collaborazione con una “penna” giornalistica, in cui si raccontano le proprie alterne vicende di vita e musica. Bisogna inoltre ricordare che da sempre, dai suoi esordi tra i bordelli e i night club di New Orleans, la musica afroamericana ha portato con sé un vissuto di marginalità e trasgressione. Il tema della tossicodipendenza, ad esempio, ha percorso interi decenni delle vicende musicali e delle storie personali degli artisti, addirittura occupa l’intero capitolo “La Moralità” nel “Manuale del jazz” di Barry Ulianov nel 1955 ( un saggista importante, direttore di Metronome), per non parlare dell’autobiografia di Miles Davis o della biografia di Chet Baker di James Gavin. Addirittura, l’heroin addiction sembra, nel caso di quest’ultimo musicista, contribuire a definire la poetica e il profilo artistico. La dipendenza da droghe o da alcol è importante non solo come dato biografico e come dato socioculturale ma addirittura è importante nel chiarire il background di certe correnti musicali (si pensi molto banalmente al bebop) o l’evoluzione della carriera artistica di diversi musicisti (mi riferisco a Miles Davis e John Coltrane).

Le biografie, insomma, sono importanti e quelle romanzate anche di più, e non solo perché divertenti e avventurose. Forse il capolavoro in questo senso è “Beneath the Underdog” in italiano “Peggio di un bastardo”, l’autobiografia di Charles Mingus, tra spaccio, puttane e composizione musicale.

Una biografia ricca di notizie e di situazioni tipiche che troveremo poi in moltissimi altri libri sulla vita dei musicisti, è infine “Really the Blues” di Milton Mezzrow. Un tempo molto nota, Mezzrow fu addirittura uno dei miti del grande storico del jazz francese Hugues Panassiè che lo ospitò a Parigi, oggi forse non è sufficientemente conosciuta. A questo libro, pubblicato in Italia con la infelice traduzione di “Ecco i blues”, vorrei dedicare il mio prosssimo post.

La seconda serata di Bergamo jazz

Enrico Rava, sabato sera: “dopo avere conosciuto Duke Ellington e Thelonius Monk e avere suonato con Miles, non avrei mai pensato di potermi ancora sorprendere. E’ accaduto invece l’anno scorso, ascoltando il cd di Ambrose Akinmusire.” Niente male come presentazione!  E, se fossi Akinmusire, mi sarei sentito un po’ a disagio.

Non è così e, anzi, dopo avere ricambiato le attestazioni di stima e affetto, il giovane trombettista di Oakland ha subito attaccato con l’energia e la sicurezza di un veterano. Assomiglia un po’ a Davis, come atteggiamento, come eleganza direi e come sicurezza ma certo non come atteggiamento sprezzante o di superiorità. Sicuramente, ed è quel che più importa, non come suono. Mi sembra al contrario più vicino (e la formazione in quintetto con sezione ritmica, piano e due fiati -ancia e tromba- potrebbe confermarlo) all’ Eric Dolphy dei concerti al Five Spot (con Booker Little alla tromba e Mal Waldron al piano).

Akinmusire è in grado di sviluppare, sulla base di questa tradizione, un discorso musicale originale. Non si tratta solo della sua capacità virtuosistica nei tempi veloci (in questo simile a Little) e neppure della sua ricerca di un suono caldo e avvolgente, sempre suggestiva, ad esempio nel suo brano più celebre “Confessions to my unborn daughter” quanto dell’originalità nel gestire il gruppo e nel trovare accostamenti con gli altri strumenti.

Il trombettista da infatti molto spazio al piano di Sam Harris, che fa della qualità del tocco pianistico il suo punto di forza. Il quintetto nel momento in cui i due fiati non intervengono – cioè, scusatemi il gioco di parole il quintetto come trio -  è assolutamente convincente e la musica sta tra Bill Evans e Brad Medhlau.

Ma è quando Akinmusire decide di asciugare ancora di più il tessuto armonico e quindi si limita a duettare con il piano, che il concerto raggiunge il suo vertice. Il sottile lirismo della tromba che, come fosse la voce di una grande cantante, viene sostenuto da un suono pianistico assolutamente coerente e adatto. Non si tratta cioè di una facile ricerca di una melodia suadente, quanto di un lavoro di sottrazione sull’intreccio del suono di tromba e piano, che ha creato in noi spettatori la sensazione di sospensione propria dei soli momenti di grande musica.

Dicevamo delle analogie: in realtà  al di là dell’organico non sono molte. In fin dei conti i momenti virtuosistici, nei quali è più diretto il riferimento a Little o a altre grandi trombe degli anni sessanta, sono solo una parte e non la più interessante del concerto. Inoltre l’altra grande differenza è proprio il piano: Mal Waldron era intriso di blues, riportava tutto al blues (è noto che Waldron, in quei famosi concerti al Five Spot, fu costretto a suonare su un piano scassato che facilmente si scordava; riuscì tuttavia a lasciarci una delle musiche più innovative e travolgenti, sempre tornando al blues e al blues facendo tornare i suoi grandi band leader). Il Background stilistico di Harris e di tutto il gruppo di Akinmusire è, come abbiamo visto, differente. Per concludere, la formazione di questo bellissimo concerto:  Ambrose Akinmusire alla tromba, Walter Smith III al sax tenore, Sam Harris al piano, Harish Raghavan al contrabbasso, Justin Brown alla batteria.

La seconda parte del concerto di sabato sera è stata della cantante ispano-africana Buika e del suo gruppo (Ivan Melòn Lewis, piano, Carlos Sarduy, tromba, Ramon Porrina, Cajon flamenco, Horacio el negro Hernandez).

Siamo dalle parti della world music, con riferimenti a musica tradizionale e a musica leggera iberica, una base in Africa e qualche accenno a atmosfere jazzate. In effetti la voce di Buika, da stridula a grave, e la sua verve sono notevoli.

Fine concerto ben oltre midnight, con grande successo.

 

Moran e Fresu a Bergamo jazz 2012

Nel panorama dei festival jazz, Bergamo si è sempre caratterizzato per il rigore e la autorevolezza della proposta musicale. Rigore che ha contribuito a “costruire” un pubblico attento, preparato e anche partecipe. Un pubblico che, come abbiamo letto nella conversazione con il suo responsabile stampa Roberto Valentino http://www.jazzmilano.it/?p=185  è anche internazionale.

L’ho potuto verificare ieri sera all’inaugurazione del Bergamo jazz 2012, con la sala del Donizetti strapiena (come si dice) in ogni ordine di posti, avendo come vicini di posto in Platea diversi spettatori inglesi e spagnoli.

Il Bergamo jazz, ormai da diversi anni, non si limita più alle tre serate di concerti al teatro Donizetti, ma viene integrato da numerose iniziative in città.  Si tratta ad esempio del ciclo di Incontriamo il jazz, con lezioni e ascolti guidati di jazz rivolte alle scuole, organizzato dal Centro Didattico di Produzione Musica (quest’anno un incontro sui concetti di base dell’improvvisazione -modalità, ritmo, scale…- e un incontro su Thelonius Monk), un ciclo di film su jazz e cinema organizzato insieme al Bergamo film e a Lab 80 e i concerti del “fringe festival”, tra l’auditorium, la Gamec (la galleria di arte contemporanea) e altri luoghi di Bergamo.

Secondo Enrico Rava, il nuovo direttore artistico, queste iniziative costituiscono uno degli elementi fondamentali del festival e, in effetti, il trombettista triestino ha avviato il festival citando uno di questi eventi, il concerto in solo tuba di Oren Marshall alla Gamec.

Jason Moran, miglior jazz artist, miglior pianista e miglior album secondo Il sondaggio 2011 di Down Beat, non ha bisogno di molte presentazioni. Rava stesso lo ha definito come una di quelle magiche sorprese che, ogni tanto, vengono fuori dal jazz. L’aspettativa era perciò molta. C’è poi da dire che la forma di concerto scelta da Moran, il piano solo, è veramente sfidante e difficile, non solo per la complessità di tenere il palcoscenico per un’ora e mezzo senza alcuna possibilità di allentare la tensione creativa, ma anche per i numerosi e impegnativi confronti  legati alla formula.

Devo dire che da entrambi i punti di vista il pianista americano ha pienamente convinto. Il concerto, infatti, circa 80 minuiti con il bis, non ha avuto alcun allentamento della tensione. Anzi, forse un po’ freddo e distaccato all’inizio, Moran è riuscito a coinvolgere sempre più la platea. I suoi riferimenti musicali vanno prevalentemente al jazz classico e ad alcuni maestri di quell’epoca. Ricorrono le variazioni su ragtime e su motivi blues che costituiscono il background di ogni sua improvvisazione. Si tratta di un’improvvisazione quindi che parte da un forma classica (appunto il ragtime o il blues) per brevi incursioni nella atonalità, per poi tornare all’origine. In questo senso, Moran mi è sembrato debitore dei grandi pianisti anni venti-trenta (un pezzo di Fats Waller è stato infatti citato) ma anche di un modello di improvvisazione e di composizione istantanea vicino al  Keith Jarret del periodo dei concerti di Brema e Losanna (sempre lui! Ma non si tratta di pigrizia nei processi analogici, ve lo garantisco!). Per quanto riguarda lo stile, il pianista americano usa con intelligenza le basi preregistrate, che costituiscono il punto di partenza delle variazioni o meglio, delle digressioni. Questo è il modello sul quale, a partire da Billie Holiday e da Straight no Chaser di Thelonius Monk, ha costruito due dei pezzi più belli della serata. Si tratta della prima volta in cui un musicista, in maniera credibile e quindi né troppo imitativa né banale, è riuscito a far risuonare quell’incredibile tocco pianistico e quella capacità di andare fuori tempo, in grado cioè di creare una irregolarità nella dimensione ritmica, che costituiscono una delle inarrivabili e uniche caratteristiche della musica di Monk. Viene citata nelle note di sala la passione di Moran per l’arte contemporanea.  Ascoltando la sua musica, che riflette senz’altro l’avanguardia, nella critica delle sintassi  e nell’uso moderno delle basi registrate ma che, nello stesso tempo, è profondamente legata alla classicità di alcune forme (un po’ come Charlie Mingus!), non esito a crederlo. E, in effetti, il bis è stato un blues, con grande gradimento del pubblico.

Completamente differenti il contesto musicale e le atmosfere della seconda parte del concerto: Paolo Fresu e Daniele di Bonaventura con il coro A Filetta.  La ricerca di Fresu, l’abbiamo visto in un precedente concerto a Milano (http://www.jazzmilano.it/?p=13), va oltre il virtuosismo fine a se stesso (del quale è però capacissimo di dare dimostrazione) ma cerca di ottenere dal suono dello strumento il colore e la profondità del suono. Al contrario di Davis, almeno del suo periodo modale, la ricerca non avviene solo su una scala della quale cerca tutte le variazioni possibili, ma si estende a diverse scale e diverse melodie in funzione della tradizione musicale alla quale si riferisce. Tento di spiegarmi meglio. Ieri sera l’ambito di ricerca musicale erano le tradizioni musicali del mediterraneo e, in particolare, della Sardegna e della Corsica. Sono tradizioni che, come è noto, hanno nel coro a cappella e nelle diverse modulazioni delle voci al suo interno (modulazioni molto differenti da altre tradizioni di coro) uno dei grandi elementi di originalità. E’ sufficiente pensare al ruolo delle voci di basso che non solo modulano ma vengono anche utilizzate come sorta di basso continuo. Il trombettista sardo ha approcciato questa tradizione – il coro Corso A Filetta di sette elementi -, con pieno rispetto e con lo scrupolo di valorizzare, in un rapporto di vera parità democratica, le  rispettive caratteristiche. Il concerto si intitolava Mistico mediterraneo ed è un progetto di qualche anno fa, realizzato su iniziativa di A Filetta e che ha già visto pubblicato l’album Mistico Mediterraneo per ECM.

Rispetto al concerto di qualche mese fa,  Fresu in duo con Della Porta al basso, è naturalmente cambiata la tipologia della musica: in quella occasione c’era la ricerca dell’essenzialità della struttura di alcuni brani, prevalentemente di musica popolare italiana. A differenza però di alcuni appunti critici che avevo mosso allora, mi è sembrato che ieri Fresu non abusasse degli strumenti elettronici (distorsori, effetti eco, ecc.). L’apporto infatti di una convincente base melodico-ritmica garantita dal bandoneon di Di Bonaventura (con divagazioni tangueire, addirittura!), la grande capacità evocativa del flicorno di Fresu e le voci del coro hanno creato sempre un effetto convincente. Anche in questo caso, giocando un po’ con le analogie, la musica mi ha ricordato certe esperimenti sonori di Jan Garbarek e, in particolare, il concerto con l’Hilliard ensemble nel duomo di Monza (2005). Complessivamente, il concerto è stato molto piacevole anche se non facile e, nell’ultima parte, con “Meditate”, un pezzo dedicato a “Se questo è un uomo” di Primo Levi, addirittura trascinante.

Laswell al Manzoni con uno strepitoso Steven Berstein

Eccoci di nuovo ai concerti domenicali del Manzoni. Confesserò che a spingermi ad andare al concerto di Bill Laswell & Material dell’11 marzo non è stato tanto il leader della band, quanto la presenza di tre solisti di assoluto rilievo come Steven Berstein (tromba, tromba a coulisse), Hamid Drake (batteria) e Ayib Dieng (percussioni). Si tratta più che altro di una questione di gusti personali. Il gruppo di Laswell (basso elettrico), coadiuvato dalle tastiere di Bernie Worrel (su organo Hammond), dalla chitarra elettrica di Dominic Kanza, dal sax tenore di Peter Apfelbaum e da Berstein, Drake e Dieng, prometteva di fare una fusione tra jazz acido, industrial hip hop, world e avant-garde. Sicuramente un’operazione interessante ma che non rientra nei miei personali interessi.

Il concerto è stato aperto da un lungo assolo all’organo Hammond di Worrel. Al di là di quello che si può dire sull’assolo, quello che è emerso è l’improprietà dell’amplificazione e del mixaggio. Il volume, in altre parole, era inadeguato alla sala e, secondo il mio punto di vista, a una fruizione razionale e critica della musica del tastierista. Lo stesso strumento dell’organo hammond, probabilmente, non si presta benissimo alle sottigliezze sonore e armoniche e, in effetti, parte dell’abilità di Worrel nelle variazioni sulla tastiera è andata persa in quello che una signora in platea, un po’ presa in giro dal resto del pubblico, ha definito frastuono, chiedendo di abbassare il volume! D’altra parte questo è lo stile della band di Laswell e niente faceva immaginare un esito diverso del concerto. Per capirci siamo dalla parte di Miles Davis elettrico: ma non tanto quello di “Bitches Brew” o “Filles de Kilimanjiaro”, quanto di album come “Tutu” o “You are under arrest”.

In parte questa osservazione, che non intende naturalmente limitarsi a un dato sonoro e auditivo ma che vuole riferirsi alla capacità di strutturare armonicamente le diverse parti della band in un ensemble coerente, ha riguardato gran parte del concerto. Abbiamo avuto la reinterpretazione di brani celebri di Jimi Hendrix (Foxy lady e Hey Joe), con gli assolo a chitarra elettrica e ampio uso degli effetti waa waa di Kanza, la revisitazione di Eleanor Rigby, di Harrison, uno dei miti del leader del gruppo, la presenza incombente dell’eredità del tardo Miles, soprattutto nella sua ricerca tra pop e musica alta, con l’utilizzo delle melodie del primo in chiave di improvvisazione.

Tuttavia non sono rimasto convinto. Non sono stato convinto dalla capacità del gruppo di andare oltre al gran impatto sonoro e di lavorare più sottilmente, quasi di cesello, sulle strutture armoniche dei  brani citati. Non sono rimasto poi convinto dalla struttura ritmica che si è voluto dare: gli assoli del basso di Laswell mi sono sembrati un po’ confusi; sempre forte e potente Drake; bravo anche il percussionista ma l’effetto era tuttavia un po’ prevedibile, direi troppo regolare o, se vogliamo, da musica pop-rock.

Il concerto è stato però illuminato dalla grande inventiva e dal virtuosismo di Berstein che, nella sua capacità di passare da ogni genere di musica, si trovava a suo agio persino in questo contesto. Mi piacerebbe vedere Bernstein suonare il jazz anni 20’-30’ (che lui predilige) o addirittura il secondo concerto brandeburghese di Bach!