La fine degli anni cinquanta porta con sé l’esplosione del fenomeno, che raggiunge i suoi capolavori con Ascensore per il patibolo e Shadows, ma anche attraverso l’uso
del jazz come colonna sonora di numerosi film francesi e italiani.
Gli anni successivi sono storia recente, nei quali con fatica la nostra musica è stata – come dire – sdoganata diventando a tutti gli effetti musica colta per un pubblico
raffinato. In questo passaggio nascono film realizzati da registi di grande
calibro come Francis Ford Coppola (Cotton Club) e Clint Eastwood (Bird), i
quali però lasciano a noi appassionati di musica l’amaro in bocca. Da una parte
infatti il famoso regista italo-americano sembra utilizzare il club newyorchese
del periodo swing più come un pretesto per un esercizio di abilità registica e
narrativa, non molto distante peraltro da ciò che aveva fatto Fitzgerald– nei
suoi racconti intitolati L’età del Jazz. Dall’altra abbiamo Bird, nel quale si accumulano
tutti i luoghi comuni e le banalità sulla vita di Parker, non cercando neppure
di scalfire il mistero della genialità e della decadenza del grande
sassofonista. L’usa della musica di Parker nel film, inoltre, non è realmente
presente (se non forse come un’apparizione fantasmatica). Di fronte alla scelta
di usare le reali registrazioni (magari non perfette dal punto di vista della
qualità) o di utilizzare dei rifacimenti, anzi dei veri propri remixaggi del
sassofono di Bird sugli accompagnamenti di musicisti contemporanei che
riproducono il sound del Be-Bop, il regista americano ha scelto la seconda e
più facile strada.
Più interessanti e più fecondi di idee per immagini ci sembrano invece alcuni film di Woody Allen (grande regista e mediocre clarinettista) e soprattutto di Spike Lee.
Spike Lee, figlio del jazzista Bill Lee, usa spesso il jazz, fin dall’esordio di She’s gotta have it (1986), poi in Malcom X (1993), in Mo’ better blues e in diversi altri film.
Non solo, come nelle sperimentazioni di Cassavetes e ancor più nella nouvelle
vague, il suo stesso stile registico sembra essere influenzato dal linguaggio
jazzistico e, in particolare, dall’Hard bop. Non è quindi casuale che Mo’ better
blues venga dedicato ad A Love Supreme di John Coltrane.
Di tutte queste vicende, così come dell’importanza del cinema documentale o del cinema d’animazione (Disney, ma anche il cinema d’avanguardia), purtroppo c’è poca
traccia nel ciclo della Cineteca. Voglio imputare non la mancanza di completezza
o l’esaustività, qualità difficilmente ottenibili nei limiti di un ciclo della
Cineteca. Mi è sembrato invece che non fosse individuabile – da chi ha
effettuato la selezione dei film e ha organizzato il ciclo – una visione
organica sul tema jazz e cinema, che aiutasse a selezionare una o alcune chiavi
interpretative secondo le quali trattare il tema. Il risultato è stato quindi
un affastellarsi di film (film, documentari, biopic, ecc.) di diseguale qualità,
nei quali è difficile individuare un filo rosso interpretativo. Se aggiungiamo
che è mancata, come abbiamo detto all’inizio, la voce di registi e dei
musicisti, la sensazione di un’occasione mancata è ancora maggiore.
Va però dato atto alla Cineteca di averci fatto rivedere capolavori come quelli di Preminger, di Cassavetes e di Malle e, forse, di averci sollecitato a una nuova riflessione su musica afro-americana e cinema.
Cinema e Jazz sono due forme di espressione artistica nate pressappoco nello stesso periodo: l’inizio del secolo scorso. Le analogie e le similitudini non finiscono qui: entrambi queste arti, per il loro specifico linguaggio, nascono dalla sintesi di