Cinema e Jazz: un connubio complesso che ha caratterizzato gran parte del novecento – Un ciclo di film alla Cineteca di Milano – Seconda parte

La fine degli anni cinquanta porta con sé l’esplosione del fenomeno, che raggiunge i suoi capolavori con Ascensore per il patibolo e Shadows, ma anche attraverso l’uso
del jazz come colonna sonora di numerosi film francesi e italiani.

Gli anni successivi sono storia recente, nei quali con fatica la nostra musica è stata – come dire – sdoganata diventando a tutti gli effetti musica colta per un pubblico
raffinato. In questo passaggio nascono film realizzati da registi di grande
calibro come Francis Ford Coppola (Cotton Club) e Clint Eastwood (Bird), i
quali però lasciano a noi appassionati di musica l’amaro in bocca. Da una parte
infatti il famoso regista italo-americano sembra utilizzare il club newyorchese
del periodo swing più come un pretesto per un esercizio di abilità registica e
narrativa, non molto distante peraltro da ciò che aveva fatto Fitzgerald– nei
suoi racconti intitolati L’età del Jazz. Dall’altra abbiamo Bird, nel quale si accumulano
tutti i luoghi comuni e le banalità sulla vita di Parker, non cercando neppure
di scalfire il mistero della genialità e della decadenza del grande
sassofonista. L’usa della musica di Parker nel film, inoltre, non è realmente
presente (se non forse come un’apparizione fantasmatica). Di fronte alla scelta
di usare le reali registrazioni (magari non perfette dal punto di vista della
qualità) o di utilizzare dei rifacimenti, anzi dei veri propri remixaggi del
sassofono di Bird sugli accompagnamenti di musicisti contemporanei che
riproducono il sound del Be-Bop, il regista americano ha scelto la seconda e
più facile strada.

Più interessanti e più fecondi di idee per immagini ci sembrano invece alcuni film di Woody Allen (grande regista e mediocre clarinettista) e soprattutto di Spike Lee.

Spike Lee, figlio del jazzista Bill Lee, usa spesso il jazz, fin dall’esordio di She’s gotta have it (1986), poi in Malcom X (1993), in Mo’ better blues e in diversi altri film.
Non solo, come nelle sperimentazioni di Cassavetes e ancor più nella nouvelle
vague, il suo stesso stile registico sembra essere influenzato dal linguaggio
jazzistico e, in particolare, dall’Hard bop. Non è quindi casuale che Mo’ better
blues venga dedicato ad A Love Supreme di John Coltrane.

Di tutte queste vicende, così come dell’importanza del cinema documentale o del cinema d’animazione (Disney, ma anche il cinema d’avanguardia), purtroppo c’è poca
traccia nel ciclo della Cineteca. Voglio imputare non la mancanza di completezza
o l’esaustività, qualità difficilmente ottenibili nei limiti di un ciclo della
Cineteca. Mi è sembrato invece che non fosse individuabile – da chi ha
effettuato la selezione dei film e ha organizzato il ciclo – una visione
organica sul tema jazz e cinema, che aiutasse a selezionare una o alcune chiavi
interpretative secondo le quali trattare il tema. Il risultato è stato quindi
un affastellarsi di film (film, documentari, biopic, ecc.) di diseguale qualità,
nei quali è difficile individuare un filo rosso interpretativo. Se aggiungiamo
che è mancata, come abbiamo detto all’inizio, la voce di registi e dei
musicisti, la sensazione di un’occasione mancata è ancora maggiore.

Va però dato atto alla Cineteca di averci fatto rivedere capolavori come quelli di Preminger, di Cassavetes e di Malle e, forse, di averci sollecitato a una nuova riflessione su musica afro-americana e cinema.

 

Cinema e Jazz: un connubio complesso che ha caratterizzato gran parte del novecento – Un ciclo di film alla Cineteca di Milano – Prima parte

Cinema e Jazz sono due forme di espressione artistica nate pressappoco nello stesso periodo: l’inizio del secolo scorso. Le analogie e le similitudini non finiscono qui: entrambi queste arti, per il loro specifico linguaggio, nascono dalla sintesi di
precedenti forme espressive che, nel caso del cinema, vengono adattate alle
esigenze di uno strumento tecnico completamente nuovo e, nel caso del Jazz, si
basa sulla rielaborazione e la profonda trasformazione di precedenti forme
musicali.

Ma, a parte queste somiglianze, c’è un tratto comune che caratterizza questi due linguaggi artistici. Nel Jazz quasi come elemento qualificante e nel cinema solo nelle
sue espressioni più avanzate (anche se spesso diventano in una fase successiva
parte della koinè prevalente e ortodossa) il linguaggio utilizzato è aperto
alle contaminazioni e all’improvvisazione. Anzi, si può forse dire che molta
della musica migliore e del cinema più interessante si qualificano per la
capacità di improvvisazione presenti in sceneggiatura, regia o esecuzione
musicale.

Quel che più mi interessa però sono le influenze reciproche di Cinema e Jazz ed è il tema al quale la Cineteca di Milano ha dedicato un ciclo di film lo scorso dicembre. In primo luogo una premessa: grazie alla Cineteca e alla provincia di Milano che ne
sostiene le iniziative. In un luogo come la sala di piazza Oberdan è ancora
possibile a Milano discutere di cinema, rivedendo opere uscite o mai entrate
nei circuiti commerciali o scoprendo nuovi autori che difficilmente potrebbero
avere visibilità nella nostra città. A questo scopo non sono infatti
sufficienti quelle – poche – sale che per scelta commerciale dei gestori o per
mecenatismo, si oppongono alla commercializzazione delle multisale.

Il ciclo All That Jazz, quindici tra lungometraggi e corto-medio metraggi, è un buon esempio della programmazione della Cineteca. Non mancavano classici, come L’uomo dal braccio d’oro (1956) e Anatomia di un omicidio (1959) di Otto Preminger, Ascensore per il patibolo (1957) di Louis Malle o Round Midnight (1986) di Bertrand
Tavernier, film di cassetta come Bird (1988), Accordi e disaccordi (1999) di
Woody Allen o Bix (1990) di Pupi Avati, film di avanguardia come Shadows (1959)
di John Cassavetes o i meno convincenti docu-film di Ciprì e Maresco su Miles
Davis e Duke Ellington.

Interessante dunque, ma con numerose dimenticanze, lacune forse dovute anche ai consueti problemi di budget che colpiscono le istituzioni culturali.

Vorrei osservare, prima di tutto, che in un ciclo su Jazz e Cinema mancava proprio il Jazz, inteso come musica dal vivo e partecipazione dei musicisti. Con questo intendo dire che sarebbe stato interessante e utile per noi spettatori ascoltare il punto di
vista di chi fa questo genere di musica e conoscere magari qual è stata
l’importanza del cinema nella loro formazione culturale e musicale. Si tratta di
una disponibilità al dialogo e al confronto che, d’altra parte, la Cineteca non
ha mai fatto mancare, ad esempio nella presentazione della personale del
regista russo Andrej Tarkovskij o nel ciclo su cinema e psicanalisi.

La serie di film presentati, inoltre, non erano né contestualizzati né organizzati tematicamente o criticamente. Sappiamo infatti che, a partire dal primo sonoro della storia del cinema – The Jazz Singer – interpretato fa Al Jolson travestito da negro, i
Jazz movie hanno avuto un’evoluzione. C’è un periodo iniziale – diciamo dagli
anni venti agli anni quaranta – nel quale abbiamo film caricaturali sulla
comunità nera rivolti a un pubblico bianco, con l’eccezione di film come
Alleluja (1929) di King Vidor e Cabin in the Sky (1943) di Vincente Minnelli. Questo
stesso periodo è poi caratterizzato dai cosiddetti negro-movies che, come i
race records, erano in genere realizzati da neri per la loro stessa comunità.
E’ il periodo infine del primo cinema documentale sul jazz con capolavori come
Jumpin’ the blues di Gjon Mili, prodotto da Norman Granz e dedicato a Lester
Young.

Solo negli anni cinquanta l’industria cinematografica americane scopre veramente, come fenomeno di costume, la musica improvvisata afro-americana. E’ il periodo, questo ben rappresentato in rassegna, dei film di Otto Preminger: L’uomo dal braccio d’oro e Anatomia di un omicidio. In questi film si usa massicciamente il jazz come interludio delle vicende e come accompagnamento del plot narrativo. Nello stesso periodo nascono le Biopic, le biografie romanzate. Si tratta ad esempio dei film su Beiderbecke (1950) di Michael Curtiz e su Glen Miller (1954) di Anthony Mann. Registi di primissimo piano, a testimoniare come Hollywood credesse nelle potenzialità di
storie con al centro la musica improvvisata, anche se sempre e comunque con un
protagonista bianco.

Concerto tra musica classica e musica improvvisata a Milano

Nelle burrascose vicende della musica classica dell’inizio del secolo scorso, raccontate con vivacità e spirito cronachistico da Axel Ross in “Il resto è rumore”, la diatriba tra Strawinsky e Schoenberg occupa un posto centrale. Il primo, con le “Sacre du printemps” da inizio -di fatto – alla musica contemporanea, facendo evolvere e superando le differenti intuizioni di Ravel, Debussy e della scuola tedesca. Il secondo accuserà il maestro russo di non essere coerente con le intuizioni iniziali e di avere abdicato a una vera e propria ricerca di avanguardia che, nella sua concezione, avrebbe dovuto implicare il superamento della tonalità, prima alla ricerca di una nuova koinè (la dodecafonia) poi addirittura al superamento di qualsiasi codice linguistico musicale prefissato (come alcuni degli epigoni del maestro tedesco, rappresentati in particolare dalla scuola di Darmstadt).
L’altra sera, nell’ambito del ciclo di concerti organizzato dall’associazione secondo maggio presso la camera del lavoro di Milano, sono stati presentati alcuni degli esiti di queste diverse correnti che hanno contraddistinto il secolo scorso. Protagonista era il New Dada Trio, un ensemble che mette insieme un piano  con due ancie (clarinetto e clarinetto basso).
Già la scelta degli strumenti, in particolare il clarinetto basso, testimoniano l’attenzione verso la contemporaneità. Il clarinetto basso, infatti, uno strumento relativamente recente (è stato inventato da Adolphe Sax nel 1838), è uno strumento molto amato e usato dai compositori d’avanguardia. Il suo registro particolare, infatti, con un’estensione dal re bemolle sotto la chiave di basso al Do6 permette una grande variabilità di tonalità, dagli acuti alle distorsioni dei toni gravi.
Non è quindi un caso che il maestro di questo strumento e colui che l’ha introdotto nel campo del jazz sia stato Eric Dolphy (Non è ancora chiaro, tra l’altro, se il jazzista americano abbia frequentato i corsi estivi di Darmastad: un indizio a favore di questa ipotesi sarebbe la sua stima e riconoscenza nei confronti di Severino Gazzelloni, uno degli insegnanti della scuola).

Ma, tornando al nostro concerto, il New Dada trio ha suonato pezzi di Jazz (Chick Corea, Paquito Rivera), di musica colta dell’inizio del secolo scorso (Alfredo Casella) o dell’avanguardia dello stesso periodo (Giacinto Scelsi e Mauricio Kagel, interessante in particolare il primo con le sue sperimentazioni sull’uso di una singola nota, sottoposta a micro-variazioni di intensità, registro, emissione, quasi a voler riprodurre le monodie di certe musiche tradizionali non occidentali) e nostri contemporanei come Anne Marie Turcotte, Massimo Valentini e Fabrizio Festa. Di questi solo Festa e Valentini, sono direttamente influenzati dal Jazz.
I due clarinettisti hanno dimostrato un notevole virtuosismo, saggiando le possibilità sonore di clarinetto e clarinetto basso (tra l’altro due degli strumenti più difficili da suonare). Mi riferisco in particolare al duetto di clarinetti bassi di Kagel e al brano di Beggio. Interessante anche il Trio di Corea. Meno entusiasmante (ma proprio perché la composizione non mi è sembrata particolarmente innovativa) la Toccata per piano di Casella. Bis con Oblivion di Astor Piazzolla.
Per concludere, nel riflettere tra le differenze tra classica e jazz, l’altra sera emergeva come non è l’abilità o la conoscenza la differenza tra esecutori dell’una o dell’altra musica, quanto invece la capacità di improvvisare e di uscire dagli schemi scritti: tutta la musica suonata era rigorosamente scritta e anche quando si sperimentavano le scale sonore più vertiginose scritte per clarinetto basso, si eseguiva quanto era scritto sulla partitura. Quanta differenza con la “composizione istantanea” o meglio con l’improvvisazione!

Ibridi e contaminazioni: le nuove frontiere della musica improvvisata

Photo © Eleonora Alberto

Parlare di musica Jazz, intesa come un unicum dalle caratteristiche univoche e immediatamente identificabili non ha, come è noto, molto più senso. Proprio le caratteristiche intrinseche di questo genere hanno fatto sì che, attraverso progressive mutazioni di stili, di compositori e di luoghi elettivi (insomma tutto ciò che potremmo definire la apertura verso le ibridazioni), la sua forma cambiasse profondamente, trasformandosi in una eterogeneità di stili, legata alle tradizioni dei musicisti e dei luoghi di esecuzione. In questo forse consiste uno dei significati più profondi dell’incontro tra jazz e le musiche tradizionali del resto del mondo o, quello che solo recentemente e in maniera approssimativa, è stata chiamata la world music.

Di questo incontro, o di queste ibridazioni, è stato un esempio il concerto di domenica 13 novembre al Manzoni con il percussionista brasiliano Cyro Baptista e il Banquet of the Spirits, su musiche tratte da “Caym”, il secondo libro del Masada Book di John Zorn.

La varietà degli strumenti ritmici era l’elemento più caratterizzante. Tim Keiper alle percussioni e alla Kora, lo stesso Baptista, che suona una varietà abbastanza notevole di strumenti ritmici (tra i quali non possiamo non citare almeno una specie di “brellin”, cioè in milanese la tavola delle lavandaie, appesa al collo e percossa con le dita). E infine Shanir Blumenkranz al contrabbasso, all’oud e al basso elettrico e Brian Marsella alle tastiere.

Il suono che ne è uscito è veramente eterogeneo: qualche brano dalla tradizione della musica africana (in un duetto contrappuntistico tra la Kora suonata percussivamente e con strumenti brasiliani quali il pandeiro e il surdo), alcuni della tradizione blues-jazz e molti che, almeno al sottoscritto, echeggiavano taluni pezzi di progressive rock e di fusion degli anni ’70 e ’80. Un’altra influenza è quella dei Penguin Cafè Orchestra (gli originali!). Non si tratta solo di una certa predilezione per l’ensemble di strumenti acustici ma anche della sensazione di vero divertimento e di happening che emergeva durante il concerto.

Lo stesso Baptista, tra l’altro un vero entertainer che in diverse occasioni ha provato a coinvolgere anche il pubblico come un vero e proprio direttore musicale, si è infine congedato rallegrandosi con tutti noi di essere riusciti a liberarci – dopo diciasette anni – di Berlusconi!

Sono ormai diverse stagioni che Aperitivo in concerto dedica molta attenzione alle contaminazioni musicali. Non è soltanto la tradizionale attenzione degli organizzatori della stagione verso la scena musicale di New York che, come sappiamo, vede al centro alcuni dei principali sperimentatori in questo campo. Si tratta, credo, della consapevolezza che la vera musica per essere innovativa (come deve essere ogni forma d’arte) deve trovare una spinta innovativa all’interno della rielaborazione critica della propria cultura tradizionale o, più in generale, delle culture popolari minoritarie e perciò destinate all’oblio.

Mi permetto di avanzare un piccolo suggerimento: perchè allora non invitare anche coloro che sperimentano all’interno di queste culture musicali popolari, senza necessariamente cercare esperimenti di ibridazione con musiche colte o commerciali, ma di fatto di origine occidentale?

Holland e Spagna: una mattina di flamenco-jazz

Il Flamenco e il jazz hanno una lunga consuetudine. Pensiamo infatti soltanto a “Flamenco Schetches” da Kind of blues di Miles Davis o, sempre per rimanere al grande trombettista americano, all’album Sketches of Spain e alla
revisitazione del Concierto de Arajunez. Numerosi sono poi i
musicisti usciti dalla scuola di Davis o che con quella scuola hanno
avuto a che fare, con influenze più o meno profonde derivanti dalla
musica tradizionale iberica. Paco De Lucia (che della riscoperta del
Flamenco è stato uno degli artefici), John McLaughin, Phil Manzanera
degli 801 e il grande e compianto Jaco Pastorius.

Il gruppo che ha inaugurato domenica 6 novembre al teatro Manzoni di Milano la stagione di Aperitivo in concerto, si distingueva però per alcuni aspetti. In
primo luogo perché  ne faceva parte un maestro del flamenco
tradizionale, anche se aperto alle collaborazioni con i maestri della
musica improvvisata, come il chitarrista spagnolo Pepe Habichuela. In
secondo luogo perchè, insieme al leader, suonavano
i componenti del suo gruppo di flamenco tradizionale: i figli Josemi
e Juan Cardona (il primo solista alla chitarra e il secondo alle
percussioni).

Last but most important perchè il gruppo era guidato dal maestro inglese del
contrabbasso: Dave Holland. Non c’è forse bisogno di ricordare che
Holland è stato il bassista di Davis (una coincidenza?) e insieme a
Chick Corea (ricordate il pezzo Spain?).

Francamente ho avuto sempre una certa diffidenza nei confronti di queste
rivisitazioni della musica della penisola iberica (principalmente la
Spagna del sud e l’Andalusia). Spesso – è il caso di alcune
composizioni di Corea e dei musicisti a lui vicini, queste
rivisitazioni si sono tradotte in lunghi brani, con melodie facili e
orecchiabili e sezioni ritmiche debordanti e scontate.

Irritanti, direi, e ispirati a una sorta di segreto pensiero secondo il quale,
come i neri d’America cercano fonti d’ispirazione nelle tradizioni
dei spiritual e del blues, così noi (ispano-americani o
italo-americani) queste radici le cerchiamo nella nostra musica
tradizionale.

Il ragionamento in sé potrebbe starci se non che, troppo spesso, i risultati sono stati
brani banali e commerciali  (però con il merito indiscutibile di avere fatto la fortuna economica di alcuni degli autori!)

Non è certo il caso del gruppo del concerto del Manzoni. Holland, infatti, ha
introdotto nel tessuto armonico del Flamenco Quintet di Habichuela
una complessa e quasi impercettibile variazione delle basi ritmiche
della musica spagnola. La complessità dell’apporto di Holland – lo
ripeto – è stata tanto più profonda quanto meno evidente ad
ascolto distratto. Un apporto che risultava evidente, in particolare,
nei pezzi in cui il bassista non suonava ed era fuori scena. Allora
il gruppo di flamenco – che comunque fa una musica interessante e
piacevole – tornava a una struttura ritmica e armonica più
tradizionale. Mi riferisco in particolare al lungo assolo del figlio
del leader, il chitarrista Josemi Cardona, che in alcuni tratti  mi
ha ricordato lo stile di Manzanera. Però, quando torna in scena,
Holland sembra trasformare la base pulsante del gruppo rendendola
meno regolare e prevedibile e mantenendo comunque un forte impatto
sonoro. In altre parole il bassista inglese diimostra cosa significa
fare di uno strumento d’accompagnamento ritmico, uno strumento
solista e melodico. D’altra parte il flamenco si presta a questa
operazione prevedendo, a seconda degli stili, ritmi pari, dispari e
composti.

Il maestro Habichuela, insieme a Josemi Cardona, hanno suonato alternandosi le
parti soliste alla chitarra, mostrando le diverse sfaccettature e le
impostazioni del flamenco moderno.

La prima data di Aperitivo in Concerto è stata un tutto esaurito (sono riuscito a
trovare un posto per miracolo) e un grande successo, in una Milano
piovosa, come è ormai tradizione.

 

 

D’Andrea Three: il secondo appuntamento dell’Atelier Musicale

Sono molti i pregi del  ciclo di concerti organizzato dall’atelier musicale alla camera del lavoro di  Milano, ormai arrivato alla diciottesima edizione. Musica tradizionale e
sperimentazione, nuove leve e musicisti affermati, la possibilità di ascoltare
ottimo jazz con orari e prezzi che rendono accessibili a molti questa musica.

Uno dei pregi maggiori  è però quella connotazione “didattica” che Maurizio Franco, il curatore  musicale, continua a dare. Le note di sala e, soprattutto, l’introduzione dei
concerti aiutano gli spettatori, di così eterogenee competenze musicali, ad
ascoltare con un livello di comprensione più approfondito.

E’ stato il caso del  concerto del Franco D’Andrea Three, un terzetto con il pianista meranese,  Daniele d’Agaro al clarinetto e Mauro Ottolini al trombone. La formazione,
piano e due fiati, appartiene alla tradizione del jazz di New Orleans e la
riproposizione da parte di D’Andrea è un richiamo alla tradizione. Inoltre,
sostiene Franco, lo stile pianistico di d’Andrea, oltre a voler de-costruire e,
in un certo modo, ripensare le strutture del jazz tradizionale, le vuole però
innestare su un complesso di citazioni, rimandi, contrapposizioni (cioè in
ultima analisi, citazioni) del jazz classico, del mainstream anni ’50 e ’60.

Alla fine il risultato  è stato godibile. Mi è sembrato raffinatissima la capacità di D’Andrea di  andare e venire dalle melodie citate, di improvvisare più liberamente, con
episodi informali, tuttavia sempre tornando a essere riconoscibile.

Mi sono poi piaciuti –  nel loro differente virtuosismo – sia D’Agaro sia Ottolini. In particolare  Ottolini, buffamente vestito, che dal suo trombone e da una moltitudine di
strane sordine alcune mai viste in precedenza, era in grado di far uscire un
suono potente e squillante, chiaro e nitido, con una evidente predilezione
verso le sonorità da band: l’antitesi delle sonorità ricche di distorsioni o di
toni gravi oggi maggiormente di moda nel trombone.

Le citazioni spaziavano  l’altra sera da tutta la storia del jazz: da Ellington (Caravan) a Coltrane (I  want to talk about you) da Tristano (Requiem) a Monk: il grande jazz riletto da  un raffinato musicista, alla luce della contemporaneità.

I luoghi del Jazz a Milano

Milano, fin dal dopoguerra, è stato uno dei centri principali del Jazz non solo in Italia ma anche in Europa. Si ricordano i grandi concerti di Ellington, Coltrane, di Bill Evans, Mulligan e di decine di altri grandi musicisti. A Milano hanno vissuto per anni, tra i
musicisti americani, Chet. Baker e Gerry Mulligan.

La vita musicale cittadina si è sempre svolta tra tre poli: i locali, una rete di piccoli e grandi ritrovi notturni alcuni dei quali diventati famosi quasi come i gemelli di New York o Parigi (ad esempio il Capolinea, Il Santa Tecla) teatri o ad Auditorium che
grazie ad organizzatori musicali del calibro di Arrigo Polillo, hanno fatto
arrivare a Milano i più grandi musicisti di quegli anni; e le scuole di musica
che, a partire dalle scuole civiche di musica o delle numerose scuole musicali
promosse su iniziativa dei musicisti, hanno permesso di creare una passione
diffusa per la musica di improvvisazione che andava oltre la pur ampia platea
degli appassionati. Non è forse un caso che uno dei più grandi pianisti Jazz
non solo italiani ma anche europei – Giorgio Gaslini – sia nato e  cresciuto artisticamente proprio a Milano e
non è forse un caso che sia sua la colonna sonora di un film “simbolo” di
quegli anni come “La Notte” di Antonioni.

La mia idea che intendo sviluppare in alcune prossimi post di jazzmilano.it è quindi di realizzare alcuni articoli sulla scena musicale di Milano e Hinterland.

Si tratta di rievocare, attraverso testimonianze o interviste i locali dove si suonava nei decenni dai ‘50 ai ’70, sentendo i ricordi di chi allora viveva questa realtà, citando alcuni dei grandi musicisti che hanno suonato e/o hanno registrato live a Milano.

Una domanda alla quale cercheremo di dare una risposta è se c’è una via milanese al Jazz. Esistono, in altre parole una o più costanti che caratterizzano carriera, stile, percorso professionale dei musicisti che sono stati attivi in quegli anni a Milano?
Francamente non so dare una risposta: faremo parlare con interviste, forse in un
pastone, alcuni dei principali musicisti e dei frequentatori della scena di
quegli anni.

Non vorrei però dimenticare la scena musicale Jazz oggi a Milano. Andremo quindi a sentire i proprietari e gestori, ad esempio, di Salumeria della Musica, Blue Note, Le Scimmie, Santa Tecla, cioè di tutte le decine di realtà che mettono in scena il jazz oggi a Milano.

A fianco della realtà dei locali esistono inoltre numerose istituzioni, pubbliche e private, che organizzano nel corso dell’anno festival Jazz, cicli di incontri, progetti
monotematici, ecc. La complessità e la varietà delle iniziative – tra Milano e
Provincia – è veramente enorme. Tuttavia, senza avere troppe ambizioni, credo
che scegliendo tre o quattro di queste realtà anche tra le meno “istituzionali”
(ad esempio: Associazione Secondo Maggio; Gheroartè di Bollate; Pim Spazio
Scenico; Jazz al Barrios’; ecc.) si possa dare un’idea della  ricchezza di idee che, purtroppo, a causa della mancanza di istituzioni musicali in grado di coordinare le iniziative o di un progetto seppure a grandi linee, rischiano di soffrire di dispersione di
energie e risorse. E’ paradossale, in altre parole, che una realtà così
dinamica e propositiva dal basso e cioè a partire dal ricco tessuto di piccole
e medie associazioni, circoli culturali, gruppi di appassionati, non sia
affatto supportata. Vorrei offrire quindi un quadro, spero interessante e
informativo, della scena musicale, sentendo molte voci dei protagonisti e
cercando di ricreare l’atmosfera dei luoghi e delle situazioni.

Informazioni di servizio perciò, non rinunciando però a qualche spunto per la riflessione!

Al via la stagione Jazz della Camera del Lavoro

L’8 ottobre, sabato pomeriggio, è ricominciata alla Camera
del lavoro di Milano la stagione dell’Atelier musicale. Così, non sembrerebbe
una notizia. Lo è solo se pensiamo che, in conclusione a aprile della stagione scorsa, il curatore Massimo Franco aveva salutato il pubblico denunciando la
completa assenza di contributi pubblici e la difficoltà di portare avanti una
manifestazione di cultura musicale, jazz, musica improvvisata e classica
atipica nella sede e nell’orario e nel pubblico (ci torneremo!). Una difficoltà
che lo portava a mettere in dubbio la stessa possibilità di avviare un’altra
stagione.

Ma, per fortuna nostra e di quel poco che rimane di progetto
culturale nella nostra città, la stagione alla Camera del Lavoro continua.
Stringendo i denti, costretti ad aumentare i budget, ma non rinunciando
all’ambizione di fare cultura “alta” rivolta a tutti.

Hanno inaugurato la stagione Paolo Fresu e Paolino Della
Porta. Una formazione “leggera”, cioè che, con il contrabbasso di Della Porta
esplora la struttura armonica delle composizioni, mentre attraverso il lirismo
dello strumentista sardo, è alla ricerca di nuove evoluzioni melodiche sia
partendo da standard sia da pezzi dei due compositori: Corcovado di Jobim, Don
Cherry, Senza Fine (suonata in onore di Ornella Vanoni, presente in sala),
altri pezzi  nati dalla lunga collaborazione tra i due musicisti. Tutti interessanti e piacevoli.

Non mi hanno però completamente convinto certe distorsioni elettroniche e  la giustapposizione di alcuni basi preregistrate usate dal musicista sardo.  Ci sono precedenti illustri, anche dell’avanguardia, con esperimenti che sfiorano il Kitsch, (proprio come consapevole accostamento di materiali sonori profondamente eterogenei; è il caso ad esempio della Sun Ra Arkestra). D’altra parte, la scorsa settimana ho avuto l’impressione che fossero un po’ fuori contesto, sperimentazioni  giustapposte alla ricerca di “atmosfere” e “sensazioni”; il che in musicisti di così profonda cultura come Fresu e Dalla Porta non ci aspettiamo. Veramente eccezionale il virtuosismo di Paolo Fresu, che durante il concerta ha dato prova di cos’è la respirazione circolare, prolungando note per un tempo che sembrava infinito.

Grande successo.

 

Jazz a Milano: una guida ragionata all’ascolto della musica Jazz, improvvisata, contemporanea e d’avanguardia a Milano e dintorni

It don’t mean a thing (if it ain’t got that swing) diceva il Duca e ancora adesso è forse questo che distingue la musica accademica o un buon jazz eseguito con grande virtuosismo e precisione da ciò che ci sembra costituisca – anche adesso che questa musica non è più certo solo americana o afro-americana – l’essenza della musica
improvvisata.

Improvvisazione come composizione istantanea, come risultato
dell’interplay, come swing o espressione di un immediato bisogno di
espressione e comunicazione. Se è vero però che la musica jazz va giudicata secondo il suo canone linguistico e che qualsiasi valutazione che indulga sull’impressionismo  dell’ascoltatore appartiene al passato, è però anche
vero che proprio dai contesti tipici dell’ improvvisazione, spesso anche luoghi di impegno sociale e di tensione extra-musicale (mi riferisco ai numerosi live che hanno fatto la storia della musica improvvisata  ma anche alla forte connotazione politica e di impegno sociale di numerose composizioni della musica afro-americana) sono nati molti grandi capolavori, molte  innovazioni linguistiche.

Innovazioni che, forse, a tavolino, nella asetticità  di un congresso di musicisti e musicologhi, non sarebbero state, forse, neanche  immaginate. E, se è vero, che, come disse Monk, “stasera ho fatto gli errori  sbagliati” e quindi non sempre l’improvvisazione va nella direzione giusta, è  anche vero che questa musica, quella che si affida, se del caso , anche a note sbagliate, è la musica che ci piace ascoltare.

Tutto nasce  dalla complicità dei musicisti  e dalla strana consonanza
che si crea con il pubblico. Tutto cioè nasce – se non sempre almeno molto
spesso – nelle esecuzioni dal vivo.

Già Adorno – nella sociologia della musica – sosteneva che una corretta fruizione della musica deve essere dal vivo: senza voler arrivare alle raffinate argomentazioni del filosofo austriaco, è sicuro che il jazz più stimolante lo abbiamo ascoltato in certe
serate, nelle quali i brani subivano una sorta di epifania, difficile da raccontare e persino da riprodurre tecnicamente (anche se  alcuni degli album fondamentali sono incisioni dal vivo che, tuttavia a detta  di coloro che erano presenti, non riescono a rendere completamente la  situazione).

Ecco perchè parlare di musica jazz dal vivo oggi a Milano (e dintorni) ci sembra importante. Questo blog intende colmare una lacuna: l’assenza di un luogo virtuale dove gli appassionati di jazz possono informarsi sulla musica in programmazione; trovare raccolte le informazioni sui luoghi dove ascoltare e suonare questa musica, e facilitare l’incontro tra musicisti, operatori e pubblico.

Abbiamo cioè l’ambizione di diventare uno strumento utile per tutti, appassionati e neofiti, musicisti ed esperti, che troveranno raccolte le informazioni indispensabili
sui luoghi già avviati, le nuove iniziative in progetto, estemporanee o no, e
una rubrica sulle decine di festival, conferenze seminari e workshop, sulle
scuole stabili, pubbliche o private, sulle sale di registrazione più
specializzate, che si trovano disseminate in città e nella nostra regione.

Informazioni di servizio quindi qualche commento sui locali, qualche concerto al quale abbiamo assistito, un dialogo avviato tra pubblico e musicisti: questi vogliono essere gli elementi di  questo blog. Manca infatti una piazza reale(paradossalmente si dimostrano più vive certe città di provincia, dove la passione di molti tiene in vita  luoghi “reali” dove discutere di queste cose), un luogo  fisico nella nostra città , un’associazione che non sia sempre troppo autoreferenziale, un locale o  un’istituzione dove incontrarsi. Questo è presente invece, non solo in alcune medie città  di provincia, ma a Roma dove, grazie ai sequestri ai beni dei mafiosi, è nata  una splendida iniziativa di cultura vera, cioè stabile e duratura, come la Casa  del Jazz. Il blog, come è la sua stessa natura, vivrà grazie ai vostri  contributi. Vi prego quindi, al di là del post, di segnalarmi all’indirizzo notizie, iniziative e opinioni

Perchè un blog sul Jazz a Milano?

Perchè un nuovo blog sul jazz? E perchè chiamarlo guida per
appassionati esigenti? Guardandomi in giro, frequentando molto i concerti, i
teatri, i locali e gli altri luoghi dove si ascolta il Jazz a Milano e
dintorni, mi sono reso conto che manca un luogo unico dove raccogliere le
informazioni su ciò che accade (o che accadrà, o che è già accaduto).

Nello stesso momento ho notato che è difficile uscire dalla
ristretta cerchia degli addetti ai lavori, critici musicali, operatori,
musicisti. Il rischio è quindi che si crei una divisione troppo forte tra chi,
in qualche modo, gestisce questa musica e gli ascoltatori, più o meno
preparati, che la fruiscono.

So bene che queste sono le stesse tematiche di
Adorno, nella sua sociologia della musica. Non vorrei cioè esagerare e essere
troppo ambizioso. Quello che intendo dire, e su cui vi chiedo di intervenire, è
che uno strumento libero, democratico e veloce come un blog può servire sia a
fare una buona info su tutte le notizie relative al jazz a Milano (luoghi, incontri,
concerti, seminari, corsi e iniziative) sia forse contribuire a rendere un filo
meno elitaria la fruizione attiva di questa musica.

Vorrei quindi organizzare in rubriche questo blog:

Una rubrica sugli appuntamenti previsti (nella settimana e nei mesi
successivi) a Milano e dintorni

Una rubrica sui concerti ai quali ho potuto assistere (o ai
quali avete assistito voi)

Una rubrica sul jazz a Milano nella storia (impressioni di chi
allora c’era, i locali, i jazz men che hanno vissuto e/o operato in città)

Una rubrica di Info utili su dove suonare, registrare,
ascoltare, seguire corsi, seminari, ecc. ecc.

Questo solo per l’inizio e nella speranza che molti leggano il
blog e vi partecipino attivamente.

Ciao!

Roberto